Come certo sapete in Italia il pensiero dominante nel turismo è ideologicamente contrario alla piccola dimensione e in particolare ai piccoli alberghi, e attraverso norme, incentivi, e attraverso la promozione della cultura dello standard (che imperversa anche nelle Università), spinge la nostra industria dell'ospitalità verso il modello degli alberghi in catena.
Purtroppo quel modello, made in USA, e allegramente esportato in tutto il mondo, tende ad offrire:
- il massimo dei servizi unito al minimo della cultura dell’accoglienza,
- il massimo del confort unito al minimo
del territorio,
- il massimo della standardizzzazione unito
al minimo di autenticità.
Dunque pregi e difetti.
Di qui un invito a ripensare a quel modello, a declinarlo nella cultura dell’ospitalità del nostro Paese, a farlo diventare più caldo e relazionale, a far sì che metta di più le radici nel locale, nel territorio, e a farlo diventare così, non una presenza estranea, ma co-partner e coprotagonista dei progetti di sviluppo turistico locale.
Di qui un invito a ripensare a quel modello, a declinarlo nella cultura dell’ospitalità del nostro Paese, a farlo diventare più caldo e relazionale, a far sì che metta di più le radici nel locale, nel territorio, e a farlo diventare così, non una presenza estranea, ma co-partner e coprotagonista dei progetti di sviluppo turistico locale.
In tal modo quel modello, anche se nato standard e asettico, potrebbe dare un contributo positivo in termini di esperienza, di know-how e di innovazione.
E' forse venuto il momento di riflettere con maggiore umiltà sul ruolo di
banalizzazione che altrimenti – nonostante la buona volontà – le strutture standard (i "non-luoghi") finiscono per
avere nel sistema turistico italiano.
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